Pensieri in quarantena

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È trascorso più di un mese dall’inizio del lockdown.
Un mese che ha visto le mie interazioni faccia a faccia ridursi solo a quelle intrattenute con la solerte cassiera del supermercato – che, al momento di salutarla, mi fissa per qualche secondo e so che mi sta sorridendo da dietro la mascherina – e la farmacista di via Gioberti, la quale deve far fronte al graduale disfacimento del mio fisico, settimana dopo settimana.
Sappiate, infatti, che dall’inizio del mio lockdown ho avuto nell’ordine: una contrattura alla spalla, una tendinite alla mano destra e un (presunto) versamento a entrambe le ginocchia, ancora non risolto.

Tutto ciò, forse, significa una cosa. Significa che dovevo fermarmi. Significa che non ascoltavo più il mio corpo, che stavo correndo e non più camminando, che tutto mi stava scorrendo accanto al ritmo di un treno ad alta velocità, privandomi della possibilità di osservare il paesaggio con lentezza. Significa che avevo iniziato a perdermi qualcosa, soprattutto dallo scorso anno.

Credo, infatti, che alla maggior parte di noi ciò che manca di più è qualcosa che non è mai concretamente esistito: mancano le cose non fatte, le cose non dette, le cose non viste. I paesaggi non osservati, appunto.
Ci manca un passato che non è confinato nella nostra memoria, ma che ha assunto la forma fumosa ed evanescente di qualche rimpianto sottopelle.

Siamo stati troppo indolenti, troppo fiduciosi nell’abbondanza del tempo, troppo di fretta? Quando abbiamo iniziato a rimandare tutto?

In questo stato di immobilismo forzato ci sto riflettendo molto e al tempo stesso mi chiedo se davvero sia possibile che tutti possano imparare qualcosa da una quarantena, come sostenuto da più parti. Io non sono particolarmente fiduciosa e diciamocelo: la società non ne uscirà migliore. Non solo perché l’uomo vanta da sempre una memoria molto corta, ma anche perché è sufficiente vedere cosa già sta accadendo durante il lockdown: dagli episodi di delinquenza nelle città alle truffe che non hanno tardato a nascere nel nuovo business delle mascherine, dagli squallidi furti di queste ultime dalle cassette della posta dei vicini di casa, alle polemiche politiche, passando per gli insensati litigi in fila e i giustizieri improvvisati che aggrediscono chi cammina per strada andando a lavoro, fino a quegli irresponsabili che si dirigono verso i litorali o improvvisano festicciole sui tetti.

Una pandemia non può rendere migliori come se fosse una medicina amara da buttare giù, un colpo di bacchetta, uno schiocco di dita, una presa di coscienza collettiva, un’illuminazione improvvisa e rivelatrice. No. La pandemia è una lente che ingrandisce ed evidenzia i nostri caratteri preesistenti. Positivi o negativi che siano.

Forse, all’inizio, molti la pensavano diversamente. Molti avevano l’ingenua illusione di essere diventati una comunità compatta, unita e solidale, ma solo perché si sentivano travolti dalla novità, catapultati in una “avventura” o sul set di un film distopico da attraversare, come meri spettatori.

Quando subentra l’abitudine, però, tutto cambia inesorabilmente.

Adesso che questa è la nostra nuova vita, la nostra nuova realtà, che le nostre nuove abitudini resteranno modificate a lungo, le percezioni sono totalmente stravolte e ci colgono impreparati.

In primis, perché ci manca la progettualità. Ci manca proiettarci in avanti.

Avere un fine è tutto ciò di cui abbiamo avuto bisogno nella vita: sul lavoro, nei rapporti sentimentali, nel tempo libero. Oggi, però, il nostro unico scopo è quello di non perdere la lucidità mentale col passare dei giorni. Qualcosa è cambiato.
Essere confinati in un solo tempo, quello presente, è come essere chiusi in una scatola dove l’orologio si è arrestato appena iniziato il lockdown.

Essere stati privati del tempo futuro rende ricordi, rimpianti e rimorsi molto più tangibili e cocenti di prima, perché siamo immersi in una dimensione temporale anomala, in un unico, lunghissimo, minuto. Quello successivo al momento in cui è iniziata la quarantena, in cui l’orologio velocissimo della nostra vita caotica si è fermato, attivandone un altro: l’orologio temporaneo dell’attesa, dove non ci sono minuti scanditi da impegni in agenda, aperitivi, riunioni, pause pranzo e corsi in palestra. No, c’è un solo, lunghissimo minuto, nel quale ci chiediamo cosa poter fare per non rendere tutto vano.

Io, vorrei davvero pensare a questo lockdown come a una sorta di depurazione che ci libera dal tossico del passato, dai rifiuti ai quali ci eravamo abbarbicati senza nemmeno più ricordarne il perché, dalle illusioni che ci eravamo creati, dalle strade sbagliate che richiedevano un cambio di rotta, dai troppi legami inutili e masticati senza tregua per anni, arrivando al punto di perderne ogni sapore.

Vorrei tanto pensare a questo lockdown come a un guadino da pesca, capace di trattenere solo la sostanza delle nostre vite e lasciar andare, invece, tutto ciò che era diventato superfluo, effimero, inconsistente.

Vorrei tanto pensare che dopo ci scopriremo più coraggiosi, determinati, sicuri di ciò che vogliamo. E al tempo stesso ci vergogneremo meno delle nostre fragilità, perché ci siamo scoperti vulnerabili e indifesi.

Vorrei tanto pensare che dopo ci guarderemo più negli occhi, ci cercheremo di più, proveremo un entusiasmo più vivo e autentico di fronte alle cose, non saremo più una replica consumata di sensazioni divenute estranee al nostro corpo.

O forse è solo nel buio di queste settimane che le cose più importanti riescono ad emergere, a brillare e a farsi notare da noi? Cosa accadrà, invece, una volta che sarà tornata la luce a inondare tutto?

Sarà come uscire da una galleria. Una galleria lunga chilometri e chilometri. Appena ne saremo fuori, ci sentiremo disorientati e dovremo riabituarci alla luce. Inizialmente “strizzeremo” un po’ gli occhi, colpiti da tutta questa accecante e violenta luminosità, ma sarà in quel momento che dovremo dimostrare a noi stessi che qualcosa di buono, in questa quarantena, abbiamo almeno tentato di capire. Spetta a noi smettere di essere “ciechi che non vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono” proprio come accade all’ultima pagina di “Cecità” di Saramago (uno dei miei libri preferiti da sempre e adesso così attuale).

Abbiamo ancora alcune settimane per poterci preparare, per abituare i nostri occhi a quel tempo futuro oggi così distante e accecante.

E qui mi viene in aiuto una delle mie compagne di quarantena: non posso veramente dire, infatti, che il mio lockdown sia così solitario, perché mi sono circondata di libri e poesie. Una di queste ultime, che vi riporto qui sotto, è di Emily Dickinson.

“Se si guarda attraverso il dolore,
la felicità non è che un dipinto,
diventa ancora più desiderabile
perché impossibile da ottenere.
La montagna, a una certa distanza,
è tutta ammantata d’ambra.
Ci si avvicina, l’ambra diminuisce:
ed ecco, appare il cielo.”

Ho subito trovato un’affinità con quanto stiamo vivendo: da questa scatola senza tempo nella quale ci troviamo, la felicità di ciascuno di noi appare proprio come un dipinto, che possiamo solo osservare e desiderare ancor più intensamente perché lontano da noi. La differenza con le parole della Dickinson è che per molti quel dipinto era ancora incompleto e spetta a noi terminarlo in questi giorni, curandone ogni dettaglio, donando maggiore luce a quel punto o sfumando più quell’altro particolare.

Ci riusciremo?

Ce la faremo a riprendere la vista, a far sì che le cose più importanti non smettano di rilucere, a completare quel dipinto e lasciarlo appeso nella nostra mente? Riusciremo, un giorno, ad avvicinarci a quella montagna e aprirci al cielo?

Ci penso tutti i giorni, dalla mia scatola senza tempo, e allora decido di sdraiarmi un po’ sulla panca accanto alla grande finestra del mio loft, la apro e immobile osservo il cielo, senza fretta, per provare a ricordare a me stessa come ci si sente.

Alessandra Toni

Ciao, sono Alessandra! Da sempre appassionata di storie, un giorno sono entrata nella "rete" e da allora...non ne sono più uscita. Scrivo di web writing, social media marketing e comunicazione, ma parlandovene nel modo che (forse) mi riesce meglio: condividendo una storia.

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