“Trilogia della città di K.”: la guerra, l’orrore, la crudezza, il genio

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Consigliato a chi non si ferma alla superficie, a chi scava e si pone domande. A chi ama la penna che incide e tiene svegli, a chi non cerca la scrittura educata e gentile, ma cruda e sincera.

Dannazione, questo libro avrei voluto scriverlo io: ecco il mio pensiero appena chiuso La Trilogia della Città di K. di Ágota Kristóf edito da Einaudi e tradotto da Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo.

Sarò molto parca di dettagli, perché ogni mia piccola anticipazione potrebbe guastarne la lettura, costellata di imprevedibilità e rivelazioni.

Sinteticamente potrei limitarmi a dire che è come una lama costantemente puntata alla gola del lettore, con l’intento di lasciarlo in uno stato di ansiogena attesa. Immagine cruda? Credimi, è il modo migliore per prepararti alla Trilogia: contorta, volutamente confusionaria, geniale, disturbante, da una parte vertiginosa come se stessimo in equilibrio su una fune sospesa a metri di distanza dal suolo e dall’altra cupissima e soffocante, come se fossimo incastrati in qualche punto sottoterra, senza via di uscita.

Con la prima parte, “Il grande quaderno“, la Kristóf ci mostra l’arrivo di due gemelli nella indefinita città di K. (forse una cittadina dell’Est europeo) all’epoca di una altrettanto indefinita guerra (forse il secondo conflitto mondiale, vissuto dalla stessa Kristóf). I due simbiotici fratelli, dall’intelligenza viva e brillante, vengono lasciati dalla madre alla spregevole nonna perché possa prendersi cura di loro durante la guerra. Nel corso degli anni, le pagine di quel “grande quaderno” si riempiranno della loro quotidianità segnata dal conflitto, dalle bombe, dalla solitudine, dalla crudeltà, dal cinismo e dai turpi moti che rapidamente scalzeranno ogni traccia di ingenuità dall’animo di quei bambini precocemente diventati adulti. Già qui la scrittura si rivela altissima: ridotta all’essenziale, nuda, spoglia di artifici inutili, direttissima, impietosa, secca, spaventosamente cruda e fredda nel raccontare l’inenarrabile. Freddissima proprio come l’acciaio di quella lama che continua a essere puntata verso di noi… e infatti qualcosa sta per accadere.

Nelle due parti successive, “La prova” e “La grande menzogna”, tutto si confonderà. E qui è doveroso non aggiungere altro. Mi limiterò a dire che entrerete in un vortice dove le varie e liquide versioni di una sola verità si mischieranno, dove più immagini si formeranno davanti ai vostri occhi come in un caleidoscopio, dove un personaggio si frammenterà in altri, dove vi chiederete cosa diamine stia accadendo e a chi, dove uno può essere due e due possono essere uno. Ma un elemento sarà saldo e comune a tutte e tre le parti della Trilogia: la scrittura vissuta come elemento salvifico da quelle due anime protagoniste che vogliono lasciare traccia di sé e della loro testimonianza.

In conclusione, La Trilogia della Città di K. è un libro tormentato, lucido e perfetto sulla guerra e suoi devastanti effetti; forse, a mio avviso, potremmo anche ampliare il concetto di guerra e comprendervi ogni tipo di battaglia personale che spesso siamo costretti a ingaggiare contro noi stessi o l’ambiente che ci circonda.

E una piccola battaglia sarà anche quella da sostenere leggendo la Trilogia, durante la quale la Kristóf pare voler sfidare il lettore in una prova fatta di domande e capovolgimenti, facendoci più volte l’occhiolino e sussurrandoci: «Ti ho fregato, eh?».

Sì, Ágota, ci hai fregati. Ma quanto sei stata immensa.


Chi è Ágota Kristóf

Scrittrice ungherese, nasce nel 1935 nel piccolo e povero villaggio di Csikvánd.

Fin da piccola mostra particolari abilità scrittorie, iniziando a comporre i suoi primi testi intorno ai quattordici anni.

Il 1956 fu per lei un anno spartiacque: in seguito all’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata Rossa per reprimere i moti di Budapest anti-sovietici, fugge con il marito e la figlia nella Svizzera francese, precisamente nella città di Neuchâtel dove resterà fino alla morte. Qui troverà impiego come operaia presso una fabbrica di orologi, un lavoro durissimo che detesterà.

L’espatrio e il successivo percorso di integrazione furono da lei vissuti come un evento fortemente traumatico, come un brutale distacco dalle sue radici che avvertì ripiantate forzatamente a chilometri di distanza, in mezzo a posti nuovi, a volti nuovi. A una lingua nuova.

Proprio nella sua lingua di adozione, il francese, comporrà l’intera sua produzione letteraria, caratterizzata da una forte connotazione autobiografica, dai temi della guerra, della migrazione, dell’esilio.

Come riporta Feltrinelli, “comincia a scrivere prima testi per il teatro, poi romanzi che la impongono all’attenzione del grande pubblico: Il grande quaderno (1987), La prova (1990), La terza menzogna (1992) – che nella traduzione italiana confluiscono a formare La trilogia della città di K (1998). Anche nelle opere successive (Ieri, 1995; L’analfabeta, 2004; Dove sei Mathias?, 2006) la sua prosa scarna e tagliente scandisce i battiti di un mondo allucinato e crudele, consegnando al lettore una testimonianza impietosa, venata di dolente nostalgia.
Tra i libri pubblicati in italiano, ricordiamo anche la raccolta di racconti La vendetta (Einaudi 2005) e Chiodi, edito da Casagrande nel 2018.”

Alessandra Toni

Ciao, sono Alessandra, ma chiamami Ale. Sono una redattrice editoriale, da sempre appassionata di storie e parole. Per anni ho scritto di web writing e comunicazione, oggi parlo di libri ed editoria con il nuovo percorso WeBook Road.

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