Consigliato a chi non smette mai di indignarsi, con commozione e rabbia; a chi non abbassa mai gli occhi di fronte all’empietà umana; a chi, nonostante tutto, trova conforto e certezza nella poesia di una parola. A chi non ha paura di farsi meravigliosamente male con un romanzo.
Ci sono stati e ci saranno sempre gioiellini letterari che restano a lungo ignoti al pubblico, ma che poi riescono ad emergere per un buon passaparola, per la recensione giusta da parte della persona giusta o per il lavoro egregio svolto da qualcuno che ne ha colto le potenzialità.
È quest’ultimo il caso di Génie la matta di Inès Cagnati, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1976 e che ha aspettato oltre quarant’anni per venire alla luce in Italia. E se questo è accaduto, è grazie alla storica editor e traduttrice di Adelphi, Ena Marchi, la quale lo ha fortemente caldeggiato durante il lockdown del 2020.
E aveva ragione. Quanto aveva ragione.
È la storia della piccola Marie e del suo soffertissimo rapporto con la madre Eugénie. La bambina è figlia di uno stupro ed è per questo che la madre è stata ripudiata dalla famiglia e dal suo villaggio che l’ha ribattezzata “Génie la matta”: da quell’orribile episodio, infatti, la donna si è rinchiusa in un silenzio ermetico e inviolabile, duro e freddo come marmo, ma all’interno ribollente di rabbia e rassegnazione.
È lei il centro della vita di Marie, una sorta di divinità irraggiungibile e amata incondizionatamente, tanto che nel libro viene spesso citata solo con il pronome personale, con quel “lei” che ricorda proprio l’appellarsi a un proprio dio.
È la storia del bisogno di amore di Marie, così disperato da cercarlo ovunque e da scambiarlo con altre forme, persino per lei pericolose. Lo cerca perché la madre è sempre lontana, lontanissima da lei, anche quando le dorme accanto o la guarda, con i suoi occhi colmi di vuoto. Ma è anche la storia del confronto – e scontro – tra l’infanzia e il mondo adulto: da una parte la fantasia, la candidezza e l’ingenuità; dall’altra il disincanto, il fango, l’inganno. E a ogni tentativo di cercare amore e felicità in questo strano mondo adulto, Marie viene respinta, così tenta affannosamente di ricrearla, di imitarla, di immaginarla. Ma alla fine ciò che di più adulto è in lei, è qualcosa che fa soffrire terribilmente anche noi come lettori: è il suo destino tracciato e intrecciato a quello della madre, un destino di consapevole rassegnazione, di sussurrata o silenziosa disperazione dove ogni stortura o angolo della vita sembra essersi svelata prepotentemente.
Il ritmo della storia è dato non solo dalle loro vite, ma da quello della terra che sa essere la più grande amica, ma anche la più acerrima nemica dell’uomo, come se partecipasse alle sue sventure. Entrambi i suoi volti trovano qui spazio e si fanno allegoria, anche grazie a un linguaggio fortemente lirico e sensorialmente potente: parole piene di notte, freddo, tepore, vigne, albicocche, albe, oscurità, granturco, frangipani, vaniglia, zucchero, vento, lacrime, sudore, fango (quanto fango). E qui nota di merito al lavoro eccelso di una Maestra della traduzione e dell’editing quale Ena Marchi.
Frasi brevi e indelebili, alcune delle quali si ripetono incessantemente come un leit motiv, un battito cardiaco. Sono i suoi stessi ricordi che ricorrono insistentemente, come se stessero ruotando su un carillon dolente; come fossero una ninna nanna distorta e zeppa di affanno. Distorta, sì, ma sempre ninna nanna è: perché quella vera, la piccola Marie, non l’ha ascoltata mai.
Chi è Inès Cagnati
Non chiudete il libro dopo aver letto l’ultima parola del romanzo.
Al termine, infatti, abbiamo la fortuna di poter entrare nel mondo dell’autrice attraverso l’intervista rilasciata alla poetessa e scrittrice Laurence Paton nel 1977. Un’occasione per comprendere le sue scelte stilistiche,
In effetti ho voluto per il mio libro una voce il più possibile neutra, silenziosa, che corrispondesse al silenzio di Génie e di Marie
per cogliere l’urgenza della sua scrittura
(…) con la mia testimonianza volevo rendere meno assurde certe vite fatte solo di miseria. Allora mi sono messa a scrivere, perché per me, se ho delle cose da dire, scrivere è più facile che parlare.
e per conoscere quell’infanzia all’origine dei suoi romanzi, dove l’età dei giochi e della spensieratezza è invece costellata di drammi e colma di solitudine
Non sono stata una bambina molto felice.
Dal risvolto di Génie la matta:
Figlia di contadini veneti emigrati in Francia, Inès Cagnati è nata nel 1937 a Monclar-d’Agenais ed è morta a Orsay nel 2007; cresciuta in una comunità agricola, si è poi dedicata all’insegnamento. Autrice di tre romanzi e di un libro di racconti, è sempre vissuta appartata dalla società letteraria, che pure ne ha subito riconosciuto “lo strepitoso talento” (Michel Tournier). Apparso nel 1976, Génie la matta ha ricevuto il prix des Deux Magots.
