L’educazione (e le parole) salveranno il mondo

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Immagina un mondo senza parole, senza nomi.
Immagina di non chiamarti e di non poter chiamare.
Immagina di non poter indicare niente, perché semplicemente non sapresti come farlo.
Dovrai immaginare un mondo, quindi, dove non è possibile relazionarsi con gli altri, parlare della realtà circostante, dialogare e confrontarsi.
Ma forse nemmeno ti sarà possibile immaginare tutto questo, perché nel momento stesso in cui tenterai di farlo, probabilmente ti servirai proprio di quelle stesse parole e di quegli stessi nomi proibiti.

Ti sarà impossibile, perché la facoltà di nominare la realtà è ciò che ci distingue da ogni altro essere animale ed è una facoltà dalla quale deriva un potere riconosciuto fin dalla notte dei tempi: basti pensare a quanto scritto nella Genesi dove, si legge, “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.” (Genesi 2:20-21)

L’essere umano, nel nominare la realtà attorno a sé, esercita un potere su di essa: la definisce, la rende visibile, la costruisce, le dà un ordine sottraendola al caos. Dare un nome alle cose è prima di tutto un’operazione culturale, perché le parole non sono involucri amorfi, immobili e senza contenuto, ma depositi di significato permeabili ai cambiamenti sociali e culturali.

La parola è identità. Dare un nome a qualcosa lo rende reale, lo fa esistere e ci permette di prenderne consapevolezza, di parlarne e renderlo oggetto del nostro pensiero.

Lo stesso accade con il nome proprio che ci viene attribuito alla nascita e per capire la sua valenza, andiamo indietro di qualche decennio e pensiamo a cosa accadeva ai deportati nei campi di concentramento: al loro ingresso, sul loro avambraccio sinistro, veniva impresso un numero di matricola che li andava a identificare. Da quel momento non avrebbero più avuto un nome, ma una serie di cifre e un contrassegno che li andava a collocare in una categoria ben precisa: venivano privati dell’identità, della loro storia e dignità, a partire proprio dal nome.

Possiamo anche pensare a tempi più recenti e alla tragedia dei migranti in mare: c’è un docufilm “Numero 387 – Scomparso nel Mediterraneo” che ricorda la più terribile tragedia nel Mar Mediterraneo, avvenuta nel 2015, con oltre 1.000 migranti morti al largo delle coste libiche e lo fa attraverso l’instancabile lavoro svolto dalla squadra di coroner e umanitari per restituire identità e dignità alle vittime. Vittime che non avevano più nome, ma un numero a identificarli.

Le parole rivelano la loro importanza anche nell’assenza: se non nominiamo, da una parte nascondiamo un pezzo di realtà, ma dall’altra mostriamo di aver paura, di voler allontanare e di non riuscire a gestire qualcosa che ci disturba, che altera il nostro equilibrio. Perché le parole hanno questo potere: permettono di maneggiare e padroneggiare la realtà, ci donano sicurezza.

Durante la pandemia abbiamo, ad esempio, sdoganato la morte e la malattia; le nominiamo quotidianamente, si sono appropriate delle nostre vecchie abitudini e le abbiamo fatte esistere in contesti che prima sembrano avulsi da questi argomenti.

Pensa, però, a quanto sia stato a lungo difficile parlare di “tumore”, sostituito da un ingentilito e pavido “brutto male”. Stesso discorso per la depressione o per altre patologie: nominarle le rendeva reali, visibili.

Pensa alle mestruazioni di noi donne, parola che a lungo, al suo pronunciare, avrebbe fatto perdere chiunque al Tabù della vita.

Pensa al sesso, pensa ai sentimenti, a quando di fronte al tentativo di definire meglio una relazione, hai visto qualcuno o qualcuna scappare via da te.

Nominare è avere il coraggio di conoscere, di esporsi e costruire, perché nessuna parola è neutra, bensì densa di significato.

E giungo qui a un tema a me caro, sul quale non mancherò di tornare prossimamente: i nomina agentis declinati al femminile. La mia posizione a riguardo è netta: se si nega il femminile professionale, si sta cercando di negare anche l’esistenza delle donne in quei ruoli.

In occasione della polemica sanremese della direttrice d’orchestra che, sdegnosamente, respingeva la declinazione femminile come se l’avessero definita una poco di buono e reclamando, fieramente, quella maschile, il tema divenne particolarmente scottante. In realtà, però, di femminili professionali e linguaggio inclusivo si parla da decenni.

In questi mesi mi son sentita ripetere obiezioni come “Ma smettila, pensi che siano queste le cose importanti? La parità non si vede da una parola”. E invece sì, si vede anche nell’uso corretto di una parola, perché se ancora oggi conviviamo con evidenti disparità di genere ben lontane da essere superate, è perché il problema è culturale e quindi le sue radici sono ben conficcate in profondità nel tessuto sociale.

Se una donna mostra resistenza a tutto ciò e continua a parlare di se stessa come “avvocato”, “ingegnere”, “architetto”, talvolta lo fa perché vede l’uso della desinenza corretta come un attentato alla sua professionalità, come un tentativo di “sminuire” il ruolo raggiunto con tanta fatica; talaltra lo fa perché le suona male quella declinazione così poco comune e usata. Entrambi i casi la rendono invisibile e sono figli di un grosso problema culturale e di consapevolezza: come già qui detto, una parola definisce e costruisce, fa esistere qualcosa e dà visibilità, quindi non usare una declinazione femminile impedisce di rendere le donne visibili in settori finora notoriamente maschili, di normalizzare la nostra presenza ovunque.

Restando su temi che sono stati caldo oggetto di dibattiti pubblici, come non ricordare lo scivolone linguistico commesso da quel sedicente duo comico dal nome Pio e Amedeo. Allora fui tentata di scrivere sul blog dell’argomento, con una esegesi del loro monologo, ma mi trattenni dal farlo per un overload di post loro dedicati che stava dando loro una notorietà immeritata e mai avuta. Qui, però, mi tornano decisamente utili e con loro concludo, perché sono un’ottima dimostrazione di come sia pericoloso l’uso scorretto del linguaggio. Non a caso quel monologo era infarcito di pregiudizi, stereotipi e varie contraddizioni. I sedicenti comici dissero “Se vi chiamano ricchione per ferirvi, ridetegli in faccia. L’autoironia salverà il mondo”, sostenendo che non fossero le parole il problema, ma le intenzioni nel loro uso.

Peccato che l’uso stesso di una parola contenga già un’intenzione comunicativa ben precisa, essendo un costrutto culturale e sociale che se usato in un determinato contesto, da una parte provoca effetti devastanti sul destinatario, dall’altra evidenzia un vuoto culturale del mittente. A tal proposito il sociologo Basil Bernstein, studiando le cause dell’insuccesso scolastico dei bambini e professionale degli adulti, scoprì che le persone con un lessico più limitato avevano minori capacità di riflessione e analisi, oltre che maggiori difficoltà nel comunicare con gli altri. Al contrario chi aveva un lessico più ampio, era maggiormente capace di elaborare pensieri, esperienze e ipotesi. Da ciò si dedusse che nominare le cose permetteva di conoscerle e padroneggiarle meglio.

Quindi no, non sarà l’autoironia a salvare il mondo.

Solo l’educazione sarà in grado di farlo.

Alessandra Toni

Ciao, sono Alessandra! Da sempre appassionata di storie, un giorno sono entrata nella "rete" e da allora...non ne sono più uscita. Scrivo di web writing, social media marketing e comunicazione, ma parlandovene nel modo che (forse) mi riesce meglio: condividendo una storia.

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